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    December 21

    Versoni di latino x le vacanze già tradotte!!!!

    Ragazzi e ragazze, il buon Michele vi ha trovato le versioni che quel "carissimo" prof. Marino ci ha lasciato per le vacanze. Ci sn tutte e 4 e vi assicuro che sn identiche a quelle sul libro. Ed ora buon lavoro!! XD
     
    Versione n° 1 "Il governatore Verre spoglia un tempio"
     
    Syracusis aedes Minervae ita spoliata ac direpta est, ut non ab aliquo hoste, sed a barbaris praedonibus vexata esse videatur. In ea servaba~ tur, in tabulis picta, Agathoclis regis pugna equestris: iis autem tabulis interiores templi parietes vestiebantur. Nihil erat ea pictura nobilius, nihil in urbe mirabilius. Verres omnes eas tabulas abstulit; pafletes, quorum ornatus tot saecula integri manserant, nudos ac deformatos reliquit. Praeterea viginti et septem tabulas, pulcherrime pictas, ex eadem aede sustulit: in iis imagines regum ac tyrannonim Siciliae erant, omnes magni pretii et pictorum artificio, et formarum exiinia venustate, et clarorum virorum commemorazione. Omnes videre possunt quanto taetrior hic tyrannus Syracusanis fuerit quam quisquam unquam ex superioribus tyrannis. Illi tamen ornaverunt deorum immortalium templa, hic etiam illorum monumenta atque omamenta sustulit.
     
    Traduzione:
     
    In Siracusa, il tempio di Minerva venne spogliato e saccheggiato a tal punto che sembrava essere stato razziato non già da un nemico, quanto da barbari corsari. In esso era custodita, rappresentata su dipinti, una battaglia equestre del re Agatocle; con questi quadri, inoltre, erano rivestite le pareti interne del tempio. Nulla vi era di più nobile e famoso di quella rappresentazione, nulla di più bello da vedere in (quella) città. Verre trafugò tutti quei dipinti; lasciò (quelle) pareti, i cui ornamenti erano rimasti intatti per tanti secoli, nude e deturpate. Inoltre, trafugò da quel medesimo tempio 27 quadri stupendamente dipinti, sui quali erano ritratti i re ed i tiranni della Sicilia, tutti di grande valore e di ottima fattura, sia per l'estrema bellezza delle immagini sia per il ricordo di uomini famosi. Tutti possono constatare quanto questo tiranno sia stato per i Siracusani più obbrobrioso di qualunque altro dei precedenti tiranni: mentre quelli ornarono i templi degli dèi immortali, costui invece ha trafugato quelle loro testimonianze e quei loro ornamenti.
     
     
    Versione n° 2 "Da una sortita di topi l'origine di Troia"
     
    Narrant vetustissimam urbem, quae postea Troia appellata est, a quodam Scamandro conditam esse, qui ob annonam gravissimam Cretam insulam reliquerat. Cum suis gentibus profectus ut novas sedes quaereret, ab Apolline singolare monitum accepisse videtur: nam deus patefecit Scamandrum tum novam patriam inventurum esse, cum noctu terrae filii eundem aggressuri essent. Post longum iter, in Phrygiam Scarnander pervenit, in qua castra posuit apud flumen quod in magna planitie fluebat. Hic nocturno tempore accidit ut arcuum nervi et armorum lora a muribus corroderentur. Tum Cretensium dux hos mures filios terrae esse putavit. Qua re omnibus profugis visum est apud Idam montem novae urbis fundamenta ponere. Praeterea milites per aliquot dies mures necare vetiti sunt.
     
    Traduzione:
     
    Si narra che quell'antichissima città, che in seguito venne chiamata Troia, fu fondata da un certo Scamandro, il quale aveva abbandonato l'isola di Creta in seguito ad una terribile carestia. Partito insieme alla sua gente alla ricerca di nuove zone da popolare, ricevette - a quanto pare - un singolare vaticinio da Apollo: il dio, infatti, profetizzò che Scamandro avrebbe trovato una nuova patria, allorquando, durante la notte, i figli della terra l'avrebbero aggredito. Dopo un lungo peregrinare, Scamandro giunse in Frigia: in quella regione, s'accampò nei pressi di un fiume che scorreva in una vasta zona pianeggiante. Accadde, quindi, che - durante la notte - le corde degli archi e le parti in cuoio delle armi vennero rosicate dai topi. Al che, il condottiero dei Cretesi capì che per "figli della terra" s'intendessero (appunto) i topi. Per la qual cosa, a tutti i profughi parve chiaro di (dover) costruire le fondamenta della nuova città nei pressi del monte Ida. Inoltre, per un certo numero di giorni, ai soldati fu proibito di uccidere i topi.
     
    Versione n° 3 "Il presagio di un centurione"
     
    Praesagia atque indicia a Romanis instrumenta esse credebantur quibus suas voluntates dii aperirent. Cum enim Galli, qui Romam invaserant, ferro ignique urbem vastavissent, plerisque civibus alio (1) migrare atque novam sedem quaerer-e visum est. Nam ruinae ubicumque adspiciebantur atque ipse locus infaustus esse videbatur. Sed quidam centurio, qui per Gallorum incursum stationi praefuerat, consilium tale recusavit quod turpe et incommodum visum est. Nam, quibusdam militibus arcessitis, minaci voce iussá edixit- « Hic vexilla depone, signifer: hic enim optime manebimus ». Quae vero verba, mira voce dictá, in bonam partem accepta sunt: nam ab omnibus quasi divina omtna habita sunt. Paucis post annis eodern loco urbs aedificata est, non minus splendida ac prospera quam praeterito tempore.
     
    Traduzione:
     
    I presagi e le premonizioni erano creduti, dai Romani, essere mezzi attraverso i quali gli dèi manifestavano le loro volontà. Ad esempio, dopo che i Galli - che avevano invaso Roma - ebbero annientato la città col ferro e col fuoco, alla maggior parte dei cittadini parve opportuno migrare altrove e cercare una nuova sede. Infatti, le rovine campeggiavano per ogni dove, e il luogo in sé sembrava promanare una cattiva influenza [lett. essere infausto]. Ma un centurione, che aveva mantenuto la sua postazione di difesa durante l'incursione dei Galli, disdegnò una tale risoluzione perché gli apparve vergognosa e svantaggiosa. E così, chiamati a raccolta alcuni soldati, comandò con voce minacciosa: "Deponi qui le insegne, signifero; staremo ottimamente, qui". Invero, tali parole - pronunciate con voce straordinaria - sortirono buon effetto: esse, infatti, furono ritenute da tutti quasi una manifestazione del [omtna ???] divina. Dopo pochi anni, in quello stesso punto venne edificata una città, non meno splendida e prospera (di quella che esisteva) in precedenza.
     
    Versione n° 4 "Mi è nato un figlio"
     
    Philippus, Macedoniae rex, etsi omni fere tempore in negotia belli atque procurationis rei publicae incumbebat, a liberali tamen musá et a studiis humanitatis numquam abfuit; praeterea dicitur et comiter et lepide pleraque fecisse atque dixisse. Adhuc traduntur libri epistularum eius, munditiae et venustatis et prudentiae plenarum; velut sunt illae litterae, quibus Aristoteli philosopho natum esse sibi Alexandrum nuntiavit. Eá epistulà, quoniam hortamentum est curae diligentiaeque in filiorum disciplinas, exscribenda visa est ad commonendos parentum animos. Hoc loco igitur exponenda esse mihi videtur: « Philippus Aristoteli philosopho salutern dicit. Filium mihi genitum esse scito. Qua re diis habeo gratiam: non proinde quia natus est, quam pro eo quod (1) eum nasci contígit temporibus vitae tuae. Nam, a te eduetus atque eruditus, haud dubie me dignus exsistet ».
     
    Traduzione:
     
    Filippo, re della Macedonia, sebbene s'applicasse in pratica per tutto il (suo) tempo in faccende relative alla guerra ed all'amministrazione dello Stato, ciononostante non s'astenne mai dalla musa liberale e dagli studi umanistici; inoltre, si dice che la maggior parte delle cose che fece e delle parole che disse (le fece e le disse) con finezza e gusto. Son giunte fino a noi raccolte di sue lettere, piene sia d'eleganza che di saggezza, come (ad esempio) lo è quella nella quale annunziò al filosofo Aristotele che gli era nato un figlio, Alessandro.
    Tale lettera, poiché contiene un incoraggiamento ad occuparsi dell'educazione dei figli con cura e diligenza, (mi) è parso opportuno riportarla, come ammonimento per i genitori:
    "Filippo saluta il filosofo Aristotele. Sappi che mi è nato un figlio, per la qual cosa rendo grazie agli dèi: non tanto perché sia nato, quanto per il fatto che ha avuto la fortuna di nascere al tempo. Infatti, educato ed istruito da te, egli senza dubbio diverrà degno di me".
     
     
     
    December 19

    Versione pag 124 n° 8: Agesilao di Sparta

    Picciò ecco la versione di latino già tradotta trovata da me su internet, quella per giorno 21.
     
    Agesilao di Sparta:

    Agesilaus opulentissimo regno praeposuit bonam existimationem multoque gloriosius duxit, si institutis patriae paruisset, quam si bello superasset Asiam. Hac igitur mente Hellespontum copias traiecit tantaque usus est celeritate, ut quod iter Xerxes anno vertente confecerat, hic transierit XXX diebus. Cum iam haud ita longe abesset a Peloponneso, obsistere ei conati sunt Athenienses et Boeotii ceterique eorum socii apud Coroneam; quos omnes gravi proelio vicit.Huius victoriae vel maxima fuit laus, quod, cum plerique ex fuga se in templum Minervae coniecissent quaerereturque ab eo, quid his vellet fieri, etsi aliquot vulnera acceperat eo proelio et iratus videbatur omnibus, qui adversus arma tulerant, tamen antetulit irae religionem et eos vetuit violari. Neque vero hoc solum in Graecia fecit, ut templa deorum sancta haberet, sed etiam apud barbaros summa religione omnia simulacra arasque conservavit. Itaque praedicabat mirari se, non sacrilegorum numero haberi, qui supplicibus eorum nocuissent, aut non gravioribus poenis affici, qui religionem minuerent, quam qui fana spoliarent.

    Traduzione:
     
    Agesilao ad un regno ricchissimo antepose la buona reputazione e stimò molto più glorioso, se avesse obbedito alle istituzioni della patria, che se avesse conquistato in guerra l'Asia. Con questi sentimenti dunque trasportò le truppe oltre l'Ellesponto e fu di tanta rapidità che il tragitto che Serse aveva compiuto nel corso di un anno, egli lo compì in trenta giorni. Mentre già si trovava non molto lontano dal Peloponneso, gli Ateniesi ed i Beoti e gli altri alleati tentarono di sbarrargli la strada presso Coronea: ma egli li vinse tutti in un'aspra battaglia. La gloria di questa vittoria raggiunse il culmine quando, rifugiatisi moltissimi fuggiaschi nel tempio di Minerva e chiedendoglisi che cosa voleva che si facesse di loro, egli nonostante che avesse ricevuto in quel combattimento alquante ferite e sembrasse adirato verso tutti coloro che avevano preso le armi contro di lui, tuttavia antepose all'ira il sentimento religioso e vietò che fossero violati. E questo, di ritenere inviolabili i templi degli dèi, non lo fece solo in Grecia, ma anche presso i barbari conservò, con grandissimo rispetto, tutte le statue e le are. Pertanto soleva dire di meravigliarsi che non fossero ritenuti dei sacrileghi coloro che avessero recato del male ai supplici degli dèi o che coloro che offendevano la religione non fossero puniti con pene più severe di coloro che spogliavano i templi.